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Tutti i materiali tossici per l’ambiente

Stabilire l’impatto ambientale di vari beni di consumo, compresi abbigliamento e scarpe: questo è lo scopo del rapporto pubblicato nel 2018 dall’Agenzia francese per la gestione dell’ambiente e dell’energia, che evidenzia prodotto per prodotto il carico ecologico dell’industria della moda.

Emissioni di CO2, eutrofizzazione delle acque dolci, esaurimento delle risorse minerarie e fossili: l’establishment pubblico francese, attraverso precisi criteri, ha stilato una classifica degli indumenti e delle scarpe più inquinanti, al vertice della quale troviamo in particolare maglioni e abiti di lana in poliestere, viscosa e cotone.

Ma più che il prodotto in sé, sono le diverse fasi che ne scandiscono la lavorazione ad essere scrupolosamente analizzate.

Risultati? Se la formatura del prodotto contribuisce in modo più evidente alla contaminazione dell’ambiente, ad essa segue solo la produzione delle materie prime.

la moda si basa su un sistema lineare che sfrutta grandi quantità di risorse non rinnovabili tra cui il petrolio per produrre fibre sintetiche.

“La scelta della materia prima tessile influenza molto i risultati, è quindi un criterio importante da tenere in considerazione nella progettazione dei prodotti e nell’acquisto del prodotto da parte del consumatore (…) L’utilizzo del cotone riciclato consente di ridurre gli impatti ambientali (rispetto al cotone vergine) su tutti gli indicatori studiati (riscaldamento globale, eutrofizzazione, esaurimento delle risorse minerali e fossili, effetti respiratori e domanda cumulativa di energia). specifica il rapporto, ripreso dal sito rete della moda.

E contrariamente alla credenza popolare, alcuni materiali naturali – come le fibre sintetiche – sono altrettanto dannosi per l’ambiente.

“Oggi la moda si basa su un sistema lineare che sfrutta grandi quantità di risorse non rinnovabili tra cui il petrolio per produrre fibre sintetiche. Per coltivare materiali vegetali o allevare animali, utilizziamo molta acqua e sostanze chimiche su superfici molto grandi”. mette in evidenza il rapporto in un’infografica giocosa.

Cotton, il finto amico dell’eco

Sebbene sia naturale e biodegradabile, il cotone è comunque una formidabile fonte di rifiuti per l’ambiente.

Con oltre 17 milioni di tonnellate prodotte nel 2015, rappresenta più di un quarto della produzione mondiale di fibre tessili.

Tuttavia, la coltivazione del cotone e la sua trasformazione in fibra si stanno rivelando estremamente dannose per il pianeta così come per chi lo abita.

E per una buona ragione, la produzione di cotone è il principale consumo di pesticidi delle colture al mondo secondo ADEME e utilizza almeno il 4% di fertilizzanti a base di azoto e fosforo in tutto il mondo.

Un consumo massiccio di sostanze chimiche dagli impatti tossici che, secondo l’OMS, sarebbero la causa di 20.000 casi di tumori mortali in tutto il mondo, per non parlare degli aborti subiti dalle lavoratrici dei campi di cotone, incaricate di irrorare le piante con questi prodotti nocivi.

Un altro problema? Utilizzati in eccesso, finiscono per contaminare le falde acquifere e i corsi d’acqua, comprese le fonti di acqua potabile in alcuni villaggi e agglomerati urbani, favorendo la proliferazione delle alghe a danno di altre forme di vita acquatica.

Inoltre, il cotone è una delle piante che consumano più acqua fresca: per una semplice maglietta, ci vogliono l’equivalente di 70 docce.

Un volume considerevole quindi, che le precipitazioni annuali non possono fornire, e che di conseguenza richiede la deviazione di fiumi, laghi, falde acquifere per irrigare i campi di cotone.

Tuttavia, la maggior parte dei paesi produttori di cotone, come Cina e India, stanno già riscontrando problemi di accesso all’acqua, in particolare a causa del riscaldamento globale.

Un circolo vizioso che non dovrebbe migliorare, il volume d’acqua necessario per la produzione di cotone potrebbe aumentare del 50% entro il 2030.

Poliestere

Con quasi 40 tonnellate prodotte nel 2015, il poliestere è l’animale domestico tessile ambientale. Materia prima più utilizzata dall’industria della moda secondo ADEME.

Certo, la sua produzione non richiede terreni agricoli o volumi d’acqua esorbitanti, ma la sua dipendenza dall’industria petrolchimica e dai combustibili fossili ne fanno una notevole fonte di contaminazione per l’ambiente.

Oltre ai misfatti ecologici dell’estrazione del petrolio, della produzione e spedizione di parti in fibra sintetica, l’uso di queste energie contribuisce all’aumento delle emissioni di metano, alla formazione di fuoriuscite di petrolio o addirittura a minacciare la biodiversità locale e la fauna selvatica.

E non è tutto, ad ogni lavaggio un capo in poliestere (ma anche nylon e acrilico) rilascia microparticelle di plastica nelle acque reflue… che finiscono nei mari e negli oceani.

Secondo il rapporto ADEME, ogni anno nel mondo vengono così rilasciate oltre 500.000 tonnellate di microparticelle di plastica (quasi 50 miliardi di bottiglie di plastica) e che minacciano in modo intensivo gli ecosistemi marini.

Lana vergine

Fatto sorprendente della classifica degli abiti più tossici dell’ADEME: l’eterno maglione di lana sarebbe uno dei più inquinanti del nostro guardaroba.

E per una buona ragione, nonostante le sue false arie di fibra d’altri tempi che odora di buono del mondo di prima, la lana presenta un costo considerevole per gli animali da cui si ricava l’ambita materia.

In Australia, primo produttore mondiale di lana, le pecore vengono allevate in modo intensivo senza (grande) considerazione etica per il loro benessere, o quello del pianeta.

Allo stesso modo, il trattamento, la conservazione o la tintura della lana richiede l’utilizzo di sostanze chimiche che, non trattate e/o scaricate nei circuiti idrici, possono avvelenare le popolazioni circostanti.

Il cuoio

Non è uno scoop: la pelle è uno dei suoi materiali naturali riconosciuto per la sua ingloriosa impronta di carbonio, animale e persino umana.

Infatti, secondo l’associazione Extinction Rebellion, ogni anno vengono uccisi più di un miliardo di animali per la loro pelle, in particolare per soddisfare le incessanti esigenze dell’industria della calzatura e della pelletteria.

Agricoltura intensiva, spesso crudele e poco regolamentata in materia di diritti degli animali, che è anche responsabile di notevoli emissioni di metano, un gas serra almeno 20 volte più dannoso della CO2.

Sempre secondo Extinction Rébellion, l’85% della pelle del mondo è conciata con cromo, una sostanza estremamente tossica che spesso provoca il cancro della pelle e altri gravi problemi di salute per i lavoratori delle concerie.

Denim stinto

Se la produzione di jeans è nota per essere tristemente golosa di acqua e tinture, quella del cosiddetto denim “sbiadito” o invecchiato è ancora troppo spesso trascurata.

Eppure rimane uno dei più tossici per gli addetti ai lavori e per l’ambiente, in particolare per la tecnica della sabbiatura che permette di ottenere questo effetto sottilmente vintage.

Il suo principio? Proietta la sabbia sui jeans ad alta pressione in cabine piccole senza ventilazione. Un processo apparentemente innocuo ma che trae la sua pericolosità dall’utilizzo di silice fino all’80% nella sabbia, ingrediente che può causare gravi malattie polmonari in caso di esposizione prolungata, come la silicosi, ancora oggi incurabile.

Risultati? Predilige tecniche più sostenibili come il lavaggio con ozono, il lavaggio con luce o il laser.

viscosa e lyocell

Presentate come alternative sostenibili a cotone e poliestere, viscosa e lyocell sono infatti fibre artificiali ma ottenute da risorse naturali come mais, bambù, cellulosa di soia o di faggio.

Problema? Sebbene siano biodegradabili, la fabbricazione dei suoi materiali prevede l’uso di sostanze chimiche molto tossiche come l’idrossido di sodio, l’acido solforico o anche il disolfuro di carbonio, un liquido altamente volatile e infiammabile, che può causare gravi malattie alle persone che vivono vicino alle fabbriche di abbigliamento.

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